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Cassazione: illegittimo chiedere la restituzione del TFR per la reintegra del lavoratore licenziato...

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La Corte di Cassazione, nella sentenza n. 9702 del 2013, ha affermato che nel caso di annullamento del licenziamento e conseguente ordine di reintegrazione del dipendente (art. 18 L. 300/1970), il datore di lavoro non può subordinare la ripresa del servizio alla restituzione delle somme corrisposte a titolo di Tfr (art. 2120 c.c.), poiché trattasi di due obbligazioni disomogenee che si collocano su piani diversi per la loro diversa funzione.



SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE - SEZIONE LAVORO - Sentenza 22 aprile 2013, n. 9702

 

 

 

Svolgimento del processo

C.L.W., agente generale della Alleanza Assicurazioni S.p.A., veniva licenziato con effetto immediato in data 15 novembre 2001. Impugnava il licenziamento ed il Tribunale adito ordinava al datore di lavoro di reintegrarlo nel posto di lavoro. In esecuzione di tale sentenza, la Compagnia di Assicurazioni invitava il lavoratore a riprendere servizio, ponendo come condizione la restituzione di quanto versatogli all'atto del licenziamento a titolo di competenze di fine rapporto. Non avendo il lavoratore provveduto a tale restituzione, la Alleanza Assicurazioni procedeva ad un nuovo licenziamento per non avere il lavoratore ripreso servizio entro trenta giorni dall'invito ex art. 18 St. lav. e, con ricorso al Tribunale di Milano chiedeva accertarsi la legittimità del recesso.

Il Tribunale adito rigettava il ricorso e tale decisione veniva confermata dalla Corte di Appello di Milano con sentenza del 19 marzo 2008.

Ha osservato la Corte territoriale che se è vero che la pronuncia di reintegra fa sorgere nel lavoratore l'obbligazione restitutoria di quanto percepito dal datore di lavoro a seguito della risoluzione del rapporto, la effettiva ricostituzione dello stesso non può essere subordinata all'adempimento di detta obbligazione. Le due reciproche obbligazioni sono infatti del tutto disomogenee e non compensabili tra loro, onde era illegittima la condotta del datore di lavoro.

Questi peraltro, una volta reintegrato il lavoratore, ben poteva recuperare il credito attraverso trattenute sulla retribuzione.

Avverso questa sentenza propone ricorso per cassazione la Compagnia di assicurazioni per due motivi. Il lavoratore resiste con controricorso.

 





Motivi della decisione

1. Con il primo motivo, denunziando violazione e falsa applicazione della L. n. 300 del 1970, art. 18, nonchè insufficiente e contraddittoria motivazione, la ricorrente deduce che l'accertamento giudiziale dell'illegittimità del licenziamento ed il conseguente ordine di reintegrazione ricostituiscono de iure il rapporto di lavoro che, pertanto, deve considerarsi come mai risolto. Ciò comporta che il lavoratore ha diritto ad essere reintegrato nel posto di lavoro, ma al contempo è tenuto a restituire quanto percepito in dipendenza della risoluzione del rapporto, trattandosi di somme indebitamente riscosse, essendo venuti meno i presupposti che hanno giustificato la loro corresponsione.

Il motivo si conclude con il seguente quesito: "dica la Corte se l'obbligo alla restituzione al datore di lavoro del trattamento di fine rapporto, corrisposto al lavoratore successivamente al licenziamento, consegue o meno alla pronuncia che dispone la reintegrazione del lavoratore a seguito di declaratoria di illegittimità del provvedimento".

2. Il motivo, oltre che infondato, è inammissibile.

Sotto tale ultimo profilo, questa Corte ha più volte affermato che il quesito di diritto di cui all'art. art. 366 bis c.p.c., allora in vigore, deve comprendere l'indicazione sia della regula iuris adottata nel provvedimento impugnato, sia del diverso principio che il ricorrente assume corretto e che si sarebbe dovuto applicare in sostituzione del primo, in modo da ribaltare la decisione impugnata (Cass. 28 maggio 2009 n. 12649; Cass. 19 febbraio 2009 n. 4044; Cass. Sez. Un. 30 settembre 2008 n. 24339).

Ciò vale a dire che la Corte di legittimità deve poter comprendere dalla lettura del solo quesito, inteso come sintesi logico-giuridica della questione, l'errore di diritto asseritamente compiuto dal giudice di merito e quale sia, secondo la prospettazione del ricorrente, la diversa regola da applicare.

Il quesito di diritto deve inoltre essere specifico e risolutivo del punto della controversia, dovendo escludersi che la disposizione di cui all'art. 366 bis c.p.c., debba essere interpretata nel senso che il quesito e il momento di sintesi possano desumersi dalla formulazione del motivo, atteso che una siffatta interpretazione si risolverebbe nella abrogazione tacita della norma in questione (Cass. 23 gennaio 2012 n. 910; Cass. Sez. Un. 5 febbraio 2008 n. 2658; Cass. Sez. Un. 26 marzo 2007 n. 7258).

L'inidonea formulazione del quesito di diritto equivale alla relativa omessa formulazione, in quanto nel dettare una prescrizione di ordine formale la norma incide anche sulla sostanza dell'impugnazione, imponendo al ricorrente di chiarire con il quesito l'errore di diritto imputato alla sentenza impugnata in relazione alla concreta fattispecie (Cass. 7 aprile 2009 n. 8463; Cass. Sez. un. 30 ottobre 2008 n. 26020; Cass. Sez. un. 25 novembre 2008 n. 28054).

Nella specie non si tratta di stabilire, come chiesto con il quesito, se il lavoratore, una volta reintegrato nel posto di lavoro, era tenuto a restituire al datore di lavoro le competenze di fine rapporto corrispostegli all'atto della cessazione del rapporto, bensì se tale restituzione poteva essere posta quale condizione per il ripristino del rapporto e se l'inadempimento di tale obbligazione poteva costituire motivo di licenziamento.

Il quesito quindi si palesa privo di riferibilità al caso concreto e di decisività, onde è inammissibile.

3. Anche nel merito la censura è infondata.

Nel caso di licenziamento illegittimo annullato dal giudice con sentenza reintegratoria che ricostituisce il rapporto con efficacia ex fune, poichè rileva la continuità giuridica di quest'ultimo va escluso il diritto del lavoratore trattenere le somme erogategli dal datore di lavoro a titolo di competenze di fine rapporto, onde l'interessato è sottoposto all'azione di ripetizione di indebito da parte del datore di lavoro.

Ma il diritto del lavoratore alla reintegra nel posto di lavoro non è condizionato alla restituzione degli importi percepiti per detto titolo, atteso che le due obbligazioni sono disomogenee e si pongono su piani diversi per la loro diversa funzione.

D'altra parte, al mancato adempimento dell'obbligazione di restituire quanto percepito all'atto del licenziamento il legislatore non ricollega l'effetto della risoluzione del rapporto. Questa si verifica, ex art. 18, comma 5, St. lav. (anche nel testo di cui alla c.d. riforma Fornero), nell'ipotesi in cui il lavoratore entro trenta giorni dal ricevimento dell'invito del datore di lavoro non abbia ripreso servizio, evenienza questa non ricorrente nella specie pacifico essendo che l'effettiva riammissione in servizio era stata subordinata dal datore di lavoro alla restituzione delle competenze di fine rapporto.

4. Con il secondo motivo la ricorrente, denunziando omessa motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, deduce che, con il ricorso in appello, aveva criticato la decisione di primo grado per avere questa ritenuto che la Compagnia di assicurazioni, dopo il primo invito al C. di prendere servizio, non aveva più inviato alcuna comunicazione al medesimo, rimanendo così inadempiente.

In realtà, aggiunge la ricorrente, il lavoratore era stato invitato con telegramma del 7 novembre 2003, ma egli non aveva manifestato la volontà di porre a disposizione del datore di lavoro le proprie energie lavorative. Sul punto la Corte d'appello non s'è pronunziata, incorrendo nel denunziato vizio.

5. Il motivo è del tutto privo di rilevanza, avendo la stessa Compagnia dato atto, con il primo motivo, che il ricorrente, presentatosi nel posto di lavoro, non è stato reintegrato per non avere restituito le competenze di fine rapporto corrispostegli all'atto del licenziamento.

6. La ricorrente, soccombente, va condannata al pagamento delle spese del presente giudizio, come in dispositivo.

 

 

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio, che liquida, a favore della controparte, in complessivi Euro 50,00 per esborsi ed Euro 5.500,00 per compensi professionali, oltre accessori di legge.

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