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Cassazione: anche la madre è colpevole se non impedisce abusi sui figli

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Con questa sentenza n.4127/2013, gli ermellini hanno ribadito il principio di diritto che conferma la colpevolezza del genitore che omissivamente non impedisce l'evento lesivo ai danni del figlio.



SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE
SEZIONE III PENALE
Sentenza 11 dicembre 2012 - 28 gennaio 2013, n. 4127
Presidente Mannino – Relatore Orilia


 

 

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza 10.1.2012 la Corte d’Appello di Reggio Calabria ha confermato la pronuncia di colpevolezza  del Giudice per le Indagini Preliminari presso il Tribunale di Locri nei confronti di S.F. e F.R., ritenuti responsabili:
- il primo, dei reati di cui agli artt. 81 cpv, 609 bis comma 2, 61 n. 5, 56, 610 e 61 n. 2 c.p. per avere compiuto ripetutamente in danno della infraquattordicenne R.C. atti sessuali consistiti in baci su tutto il corpo, palpeggiamenti vari, toccamenti di genitali e atti di masturbazione (con l’aggravante delle circostanze di tempo e di luogo tali da ostacolare la privata difesa) e per avere tentato di costringerla con minacce a non riferire fatti al fine di conseguirne l’impunità;
- la seconda, del reato di cui agli artt. 40 cpv, 110, 609 bis comma 2 e 61 n. 5 c.p. per non avere impedito il protrarsi delle suddette condotte, essendo presente alle violenze ed avendo l’obbligo giuridico di impedire l’evento quale genitore convivente della minore.
La Corte d’Appello ha invece parzialmente riformato la pronuncia di primo grado limitatamente al trattamento sanzionatorio inflitto alla F., riducendole la pena ad anni quattro e mesi otto di reclusione, con le attenuanti generiche ritenute equivalenti alla contestata aggravante.
Nel confermare il giudizio di responsabilità degli imputati, la Corte calabrese ha considerato pienamente attendibili le dichiarazioni della minore R.C. anche sulla base di riscontri (tra cui il rinvenimento di  particolari oggetti per bambine presso l’abitazione dello S. e le spiegazioni implausibili fornite dallo stesso  sul possesso di tali oggetti la relazione dell’Associazione Cattolica Internazionale al Servizio del Giovane, le perizie svolte); ha poi considerato che la F. tutt’altro che inconsapevolmente si era astenuta dall’impedire gli abusi sulla figlia continuando invece a condurla presso l’abitazione di lui contro la volontà della minore e quindi ha confermato l’esclusione del vizio totale o parziale di mente della donna.
2. Gli imputati con separati ricorsi domandano l’annullamento della sentenza deducendo violazioni di legge e vizi motivazionali.

 

 

Considerato in diritto
1. Ricorso F.
1.1. Col primo motivo la F. denunzia violazione di legge (artt. 42 e 43 c.p.) nonché il vizio di motivazione in  ordine all’elemento psicologico del reato rilevando che dagli atti emergevano elementi significativi di una volontà antagonista alla realizzazione dell’evento e quindi incompatibili con la responsabilità dolosa richiesta  per la configurabilità della fattispecie di cui agli artt. 40 cpv. e 609 bis c.p.
Col secondo motivo denunzia il vizio di motivazione in ordine alla mancata concessione dell’attenuante del  fatto di lieve entità di cui all’art. 609 bis ultimo comma c.p. ritenendo che ai fini dell’esclusione  dell’attenuante, non è rilevante la giovane età della parte offesa, occorrendo invece elementi di disvalore  aggiuntivo sulla base dei criteri di cui all’art. 133 c.p.. Rileva poi che non vi è, collegamento tra il deficit  cognitivo attribuito alla minore e i fatti di causa, e che è impossibile fissare un momento iniziale della  condotta attribuita all’imputata.
Col terzo motivo la F. deduce il vizio di motivazione sul diniego della prevalenza delle attenuanti generiche  rispetto alla contestata aggravante.
Col quarto motivo si deduce infine la violazione degli artt. 132 e 133 c.p. nonché il vizio di motivazione  sull’entità della pena inflitte, non potendosi considerare sufficiente il solo richiamo alla sentenza di primo  grado, anche perché quanto più il giudice intenda discostarsi dal minimo edittale, tanto più ha il dovere di  dare ragione del corretto esercizio del proprio potere discrezionale, dovendosi escludere il ricorso a mere  clausole di stile.
1.2. Le censure sono tutte manifestamente infondate.
E’ opportuno premettere che il controllo del giudice di legittimità sui vizi della motivazione attiene alla  coerenza strutturale della decisione di cui si saggia la oggettiva tenuta sotto il profilo logico argomentativo,  restando preclusa la rilettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione e l’autonoma  adozione di nuovi e diversi parametri di ricostruzione e valutazione dei fatti (tra le varie, cfr. cass. sez.  terza 19.3.2009 n. 12110; cass. 6.6.06 n. 23528). L’illogicità della motivazione per essere apprezzabile come vizio denunciabile, deve essere evidente, cioè di spessore tale da risultare percepibile ictu oculi, dovendo il sindacato di legittimità al riguardo essere limitato a rilievi di macroscopica evidenza, restando ininfluenti le  minime incongruenze e considerandosi disattese le deduzioni difensive che, anche se non espressamente  confutate, siano logicamente incompatibili con la decisione adottata, purché siano spiegate in modo logico e adeguato le ragioni del convincimento (cass. Sez. 3, Sentenza n. 35397 del 20/06/2007 Ud. dep.  24/09/2007; Cassazione Sezioni Unite n. 24/1999, 24.11.1999, Spina, RV. 214794).
Ebbene, nel caso di specie, la Corte d’Appello, in ordine all’elemento psicologico dell’imputata, ha spiegato  che il suo comportamento non si era dimostrato per nulla idoneo ed efficace rispetto allo scopo di impedire  l’evento pregiudizievole in danno di Caterina, pur avendo la F. l’oggettiva e concreta possibilità di evitare che la figlia venisse ulteriormente indotta a subire atti sessuali da parte dello S. per un rilevante lasso  temporale (cfr. sentenza pagg. 42 e ss. in cui viene dato conto di tale convincimento in maniera assai analitica richiamando anche ampi brani delle dichiarazioni della minore).
Ha poi dato conto del diniego della attenuante del fatto di lieve entità osservando che, al contrario, si era  trattato difatti di una certa gravità, consistenti in più episodi di palpeggiamenti posti in essere quando  Caterina aveva da poco compiuto i quattordici anni ed era quindi poco più che una bambina; ha poi dato peso  all’episodio della masturbazione ed ha comunque riportato le argomentazioni del primo giudice  condividendone il contenuto (cfr. pag. 32 e 33).
Parimenti, ha considerato il disturbo ansioso depressivo da cui era affetta la F. ai fini della concessione della  attenuanti generiche e, nell’esercizio del suo potere discrezionale, ha operato un giudizio equivalenza  rispetto alla contestata aggravante (cfr. pagg. 50 e 51). La decisione non merita nessuna censura: ai fini del  giudizio di comparazione fra circostanze aggravanti e circostanze attenuanti, infatti, anche la sola  enunciazione dell’eseguita valutazione delle circostanze concorrenti esaurisce l’obbligo della motivazione in  quanto, rientrando tale giudizio nella discrezionalità del giudice, esso non postula un’analitica esposizione dei  criteri di valutazione (cass. Sez. 2, Sentenza n. 36265 del 08/07/2010 Ud. dep. 11/10/2010 Rv. 248535;  Sez. 1, Sentenza n. 2668 del 09/12/2010 Ud. dep. 26/01/2011 Rv. 249549; Sez. 4, Sentenza n. 10379 del  26/03/1990 Ud. dep. 17/07/1990 Rv. 184914). Nel caso in esame la complessiva motivazione della sentenza  non fa emergere una qualsivoglia sua incoerenza interna collegata al giudizio di equivalenza fra le  circostanze, con la conseguenza che sul punto la decisione, esclusivamente di merito, non è censurabile in  questa sede.
Ancora, sull’entità della pena base, la Corte calabrese ha ritenuto (cfr. pag. 50) corretta quella di anni sette  di reclusione fissata dal primo giudice (in misura media e anzi più prossima al minimo, posto che la pena  stabilita dal legislatore va da 5 a 10 anni di reclusione). E il Tribunale, a sua volta a pag. 172 della sentenza,  aveva considerato le modalità e le particolare gravità della condotta descritta e le circostanze facendo  riferimento all’art. 133 c.p., mentre in appello la F. aveva dedotto l’incongruità della pena in relazione alla  condotta e al ruolo (cfr. fol. 407).
Del resto, secondo un generale principio al quale va senz’altro data continuità, le sentenze di primo e di  secondo grado si saldano tra loro e formano un unico complesso motivazionale, qualora i giudici di appello  abbiano esaminato le censure proposte dall’appellante con criteri omogenei a quelli usati dal primo giudice e con frequenti riferimenti alle determinazioni ivi prese ed ai fondamentali passaggi logico-giuridici della  decisione e, a maggior ragione, quando i motivi di gravame non abbiano riguardato elementi nuovi, ma si siano limitati a prospettare circostanze già esaminate ed ampiamente chiarite nella decisione impugnata (cfr. cass. Sez. 3, Sentenza n. 13926 del 01/12/2011 Ud. dep. 12/04/2012 Rv. 252615).
Si è dunque in presenza di un percorso argomentativo assolutamente privo di incongruenze o salti logici, che  come tale si sottrae al sindacato di legittimità.
2. Ricorso S.
2.1. Col primo motivo lo S. deduce la violazione dell’art. 192 c.p.p. in relazione all’art. 606 lett. b c.p.p. nonché il vizio di motivazione (art. 606 lett. e c.p.p.) con riferimento alla ritenuta responsabilità penale dolendosi in particolare della ritenuta attendibilità dalle dichiarazioni della minore (affetta da grave ritardo mentale oltre che da tendenza alla confabulazione), e del valore attribuito alle incerte perizie psicologiche. E passa ad analizzare le emergenze processuali.
Col secondo motivo lo S. deduce anch’egli il vizio di motivazione in relazione alla omessa applicazione della  attenuante di cui all’art. 609 bis c.p.p. ultimo comma: rileva in sostanza che si è trattato di un singolo  episodio di induzione alla masturbazione dell’organo genitale del soggetto agente in mancanza di  denudamento della persona offesa, di rapporti carnali e di atti di violenza.
Col terzo motivo l’imputato S. deduce la violazione di legge e il vizio di motivazione in ordine alla ritenuta aggravante di cui all’artt. 61 n. 5 c.p. Rileva in particolare che perché la casa dell’imputato non era un luogo isolato per cui non può sostenersi che la condotta sia stata favorita dai luoghi.
Col quarto motivo si deduce infine il vizio di motivazione in relazione al diniego delle attenuanti generiche
rilevandosi che i fatti erano stati ridimensionati in dibattimento previo il riconoscimento del tentativo in  ordine al reato di cui al capo b (violenza privata in danno della minore) ed esclusa l’ipotesi di cui all’art. 609  ter in origine contestata all’imputato.
2.2. Anche queste censure sono manifestamente infondate.
Innanzitutto, quanto alla dedotta violazione dell’art. 192 c.p.p. in relazione all’art. 606 lett. b) c.p.p. (di cui al primo motivo), va rilevato che questo caso di ricorso riguarda l’inosservanza o erronea applicazione della  legge penale o di altre norme giuridiche di cui si deve tener contro nella applicazione della legge penale, cioè un vizio che attiene a disposizioni di diritto sostanziale e non processuale (cfr. cass. 3.7.1997 n. 8962), come tale non invocabile nel caso di specie perché la norma che si ritiene in concreto violata è invece una  disposizione di diritto processuale cioè l’articolo 192 c.p.p., riguardante appunto la valutazione della prova. Di qui l’inammissibilità della censura sotto tale profilo.
Ma se anche si volesse ritenere che per una mera omissione del redattore sia sfuggita nella rubrica del  ricorso l’aggiunta del richiamo alla lett. c) dell’art. 606, per avere la parte inteso far riferimento anche alla  violazione di norme processuali, la censura non avrebbe miglior sorte. 
Secondo la giurisprudenza di legittimità, infatti, poiché la mancata osservanza di una norma processuale in  tanto ha rilevanza in quanto sia stabilita a pena di nullità, inutilizzabilità, inammissibilità o decadenza, come  espressamente disposto dall’art. 606, comma primo, lett. c) c.p.p., non è ammissibile il motivo di ricorso in cui  si deduca la violazione dell’art. 192 c.p.p., la cui inosservanza non è in tal modo sanzionata (cass. 8.1.2004 n. 7336; cass. 21.5.1993 n. 9392).
Resta pertanto la valutazione del rispetto della norma sotto il profilo del vizio di motivazione, di cui si dirà  appresso.  Venendo al nucleo della critica (cioè all’efficacia probatoria delle dichiarazioni rese dalla parte offesa), va osservato che le regole dettate dall’art. 192 comma terzo cod. proc. pen. non si applicano alle dichiarazioni della persona offesa, le quali possono essere legittimamente poste da sede a fondamento dell’affermazione di penale responsabilità dell’imputato, previa verifica, corredata da idonea motivazione, della credibilità soggettiva del dichiarante e dell’attendibilità intrinseca del suo racconto, che peraltro deve in tal caso essere più penetrante e rigoroso ristretto a quello cui vengono sottoposte le dichiarazioni di qualsiasi testimone (cfr. da ultima, Sez. U, Sentenza n. 41461 del 19/07/2012 Ud. dep. 24/10/2012).
Nel caso in esame, i giudici di merito (cfr. pagg. 15 e ss. sentenza) hanno ritenuto credibile la versione della  minore rilevandone la capacità a testimoniare e per evidenti ragioni di sintesi espositiva si rinvia all’ampia  motivazione del provvedimento ove viene approfondita la capacità psico-attitudinale della ragazza e la  valutazione della prova dichiarativa con indicazione degli ulteriori elementi di prova specificamente indicati,  che confermano il giudizio di attendibilità.
I rilievi difensivi si appuntano in definitiva sulla mera valutazione del fatto e tendono a proporre una diversa  interpretazione del materiale probatorio acquisito agli atti: essi pertanto sono privi di rilievo in questa sede,  perché il ragionamento della Corte d’Appello non presenta profili di illogicità.
Quanto al dedotto vizio motivazionale in ordine all’esclusione dell’attenuante di cui all’art. 609 bis c.p.p. ultimo comma, è sufficiente rilevare che anche in tal caso trattasi di una mera censura di merito,  insindacabile in sede di legittimità perché la Corte d’Appello ha congruamente motivato anche su questo  punto, come già esposto trattando l’analogo motivo mossa dall’altra imputata (cfr. sopra pagg. 3 e 4).
Ancora, la Corte calabrese ha risposto adeguatamente alla censura riguardante la ritenuta sussistenza dell’aggravante di cui all’art. 61 n. 5 c.p. ritenendo con accertamento di merito congruamente motivato e sulla  base della giurisprudenza di questa Corte (espressamente richiamata) che i fatti hanno comportato una minore possibilità di difesa sia perché posti in essere in luogo isolato (interno di una abitazione) sia perché compiuti ai danni di una persona di giovane età. Nessun sindacato è perciò consentito.
Stesse considerazioni valgono in ordine al dedotto vizio di motivazione sul diniego delle generiche,  considerato che la Corte di merito ha dato esauriente risposta alla relativa censura laddove ha condiviso il  giudizio del Tribunale sulla gravità delle condotte, sulla assenza di resipiscenza dell’imputato e sul fatto che  l’assenza di precedenti penali non può da sola essere posta a fondamento di tali circostanze (cfr. pag. 49).
3. In conclusione, l’intero percorso argomentativo dell’impugnata sentenza non solo appare aderente ai  richiamati principi di diritto sulla valutazione della prova e sul trattamento sanzionatorio degli imputati, ma  ha una sua logica e coerenza interna sicché oggi nessuna rivisitazione è consentita a questa Corte, se non a  rischio di operare una rilettura degli elementi del processo sulla base di nuovi parametri di valutazione.  Invece, le censure rivolte dai due ricorrenti tendono in definitiva ad ottenere esattamente ciò che non è qui  richiedibile e cioè una nuova valutazione degli accertamenti riservati al giudice del merito.
4. Non ravvisandosi assenza di colpa nella determinazione della causa di inammissibilità (Corte Cost. sentenza 13.6.2000 n. 186), alla condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese del procedimento consegue  quella al pagamento della sanzione pecuniaria ai sensi dell’art. 616 c.p.p. nella misura indicata in dispositivo.
5. Avendone la parte civile fatto richiesta, occorre procedere alla liquidazione delle spese da questa  sostenute nel giudizio di legittimità, disponendone il pagamento in favore dell’Erario, per effetto  dell’ammissione al Patrocinio a Spese dello Stato.


 

 

P.Q.M.
Dichiara inammissibili i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali e della somma di  € 1.000,00 ciascuno in favore della Cassa delle Ammende nonché al rimborso in solido delle spese del grado in favore della parte civile che liquida in complessivi € 2.500,00 (euro duemilacinquecento/00) oltre IVA e accessori di legge disponendone il pagamento in favore dell’Erario.





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