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Le scuole paritarie non offrono meno qualità di quelle statali

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La cultura post-comunista ma ancora fortemente statalista, fortunatamente una piccola anche se potente minoranza, usa sostanzialmente due argomenti principali per opporsi alla libertà di educazione e alla sussidiarietà verso le scuole nate dalla società: il “diplomificio” e la scarsa qualità formativa offerta. Ovviamente sono accuse infondate, come mostreremo in questo articolo.



DIPLOMIFICI?

Le scuole paritarie sono accusate, in toto, di “regalare” i diplomi agli studenti. L’imputazione è ovviamente insostenibile in quanto generalizza facendo di tutta l’erba un fascio, basta un po’ di onestà intellettuale per capire che tale accusa non può corrispondere alla realtà. Per quanto riguarda gli istituti cattolici, come ha spiegato padre Dante Toia, presidente Fidae Campania, i diplomifici «non hanno niente da spartire» con essi. Nella sua scuola, ad esempio, il Denza di Napoli, sono stati bocciati agli ultimi scrutini 14 ragazzi e nella cerimonia di fine anno è premiato solo chi supera la media del 7 con il 9 in condotta. «Il progetto educativo cattolico si pone in un servizio pubblico. Noi siamo all’interno di un servizio pubblico che siamo tenuti e vogliamo fare. Chi entra nelle nostre scuole sa e deve capire che ha un servizio dallo Stato».

 

MENO QUALITA’?

Molto più complessa l’accusa alle scuole paritarie di offrire una performance inferiore rispetto alle scuole statali. Solitamente gli articoli su alcuni quotidiani, come “Repubblica”, citano a supporto uno studio della Fondazione Agnelli del 2012, ricerca certamente seria che tuttavia occorre visionare attentamente, come ha spiegato e ha fatto il sociologo Massimo Introvigne.

L’indagine si è basata sul risultato universitario del primo anno, espresso in voti e in velocità di percorso accademico, conseguito dagli studenti provenienti da un determinato istituto. Sono stati forniti due tipi di classifiche diverse, una per “effetto scuola” e una “finale”. In molti hanno dato attenzione quasi esclusivamente alla classifica “finale”, anche se nella relazione stessa si dice che il ranking più significativo è quello “effetto scuola”. Il “ranking finale”, infatti, è poco interessante in quanto fotografa non le capacità della scuola ma l’ambiente complessivo in cui essa opera (posizionamento geografico ecc.), che non ha nulla a che fare con l’offerta formativa o la qualità degli insegnanti. Ma anche la classifica per “effetto scuola” ha qualche lacuna, ad esempio non tiene conto del fatto che ci sono sia università sia facoltà più facili e più difficili, dato non certo secondario rispetto all’eventuale successo nel primo anno di università.

Al di là di queste osservazioni, il grande limite dell’indagine -come è stato evidenziato dagli stessi ricercatori della Fondazione Agnelli- è l’aver penalizzato le scuole da cui un numero superiore di allievi passa all’università. Ed è più che possibile che fra queste ci siano le scuole cattoliche, perché se i genitori sono motivati a investire nei figli sostenendoli nella scelta della scuola superiore cattolica – che comporta notevoli costi per colpa di un sistema politico iniquo nei confronti della libertà di educazione – saranno più propensi a sostenerli anche nell’ingresso all’università. E’ un dato fondamentale perché per un istituto che manda 5 studenti all’università ci sono ovviamente meno probabilità che essi “falliscano” rispetto ad un istituto che manda 30 studenti. Ed infatti, i ricercatori stessi hanno rilevato che i licei cattolici hanno mandato all’università il massimo degli studenti (guardare tabella con stelle a fianco ogni scuola).

I dati della ricerca sono comunque indicativi ma è infondato considerarla una “prova” della complessiva qualità peggiore della scuola paritaria rispetto a quella statale. Anche perché nel 2010 i dati dell’INVALSI (Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione, edizione 2009), su incarico del ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca, hanno rilevato che  per ogni materia e per ogni area del Paese italiano, i punteggi medi delle scuole paritarie sono superiori a quelli delle scuole statali. Esattamente il contrario, dunque.

Proprio in questi giorni è da segnalare una svolta super-paritaria del Corriere della Sera che ha pubblicato un ebook intitolato “Liberiamo la scuola” scritto da Andrea Ichino (Università di Bologna) e Guido Tabellini (Università Bocconi di Milano). I ricercatori hanno criticato «un sistema scolastico dirigistico e centralizzato» e il «paternalismo di uno Stato che deve sapere meglio dei singoli che cosa per loro sia preferibile» auspicando «una scuola autogestita da comitati di genitori, docenti o enti no profit, che contrattano con l’autorità scolastica gli obiettivi del progetto educativo». «Bisognerebbe accettare anche in Italia», si commenta infine, «che il ruolo dello Stato sia limitato a finanziare e regolare l’istruzione scolastica (pubblica o privata che sia), lasciando ad altri il compito di gestirla e di fornire il servizio alle famiglie», con buona pace di Rodotà e amici statalisti.

 

Oltre al ministro dell’Istruzione, Maria Chiara Carrozza, anche Gabriele Toccafondi, sottosegretario all’Istruzione, ha spiegato che «la visione moderna è quella di uno Stato inclusivo che si apre in maniera sussidiaria a chi dal basso cerca di dare risposte. La scuola è tutta pubblica e non esistono due pesi e due misure. Le scuole paritarie ricevono 500 milioni, pari all’1,2% della spesa relativa alle scuole statali, e offrono servizio pubblico al 12% della popolazione scolastica. Le 13.657 scuole con le migliaia di insegnanti e oltre un milione di iscritti rappresentano una realtà pubblica che chiede attenzione e valorizzazione e non battaglie ideologiche». Nel frattempo l’Ocse ha appena confermato che le scuole paritarie sono un risparmio di oltre 6 miliardi per lo Stato. Il costo medio di uno studente delle scuole statali è di 6.882,78 euro l’anno, mentre uno studente di scuola paritaria costa allo Stato 500 euro l’anno.

(Fonte UCCR)





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